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Sherlock: l’investigatore di Baker Street nel nuovo millennio

10/11/2014

“Why can’t people just think?”

Ideatori e principali sceneggiatori: Steven Moffat, Mark Gatiss.
Attori principali: Benedict Cumberbatch, Martin Freeman.
Anno: 2010 - in corso.

Un altro crimine irrisolto nelle strade londinesi. Chi chiamare per risolverlo? Ma certo! Chi se non Sherlock Holmes?
“Aspetta un attimo… hai detto Sherlock Holmes?! Ma siamo nel XXI secolo, com’è possibile?” vi chiederete voi.

La BBC dal 2010 è lieta di riproporvi l’investigatore più amato e apprezzato di tutti i tempi, con tutti i media del nuovo millennio a fare da sfondo alle vicende. Le puntate di questa serie sono basate sulle geniali opere del giallo di Sir Arthur Conan Doyle e le sceneggiature sono partorite da menti altrettanto geniali come quelle di Steven Moffat e Mark Gatiss (il quale interpreta anche Mycroft Holmes, il “caro” fratellino di Sherlock).
La genialità di questa serie infatti (divisa in tre stagioni e a gennaio sarà in produzione la quarta; tre episodi a stagione; durata episodio: un’ora e mezza circa) risiede sia nella base dei racconti di Doyle a cui è ispirata, sia nell’adattamento di sceneggiatura del binomio Moffat-Gatiss. Questi signori non solo hanno riportato l’investigatore nell’era a noi contemporanea, ma hanno reso questo “trascinamento” per niente banale. E’ come se l’investigatore avesse fatto un viaggio nel tempo e si fosse adattato agli usi e costumi della nostra epoca, incarnando quasi alla perfezione la verosimiglianza del personaggio di Doyle. Troveremo lo stesso Sherlock Holmes sociopatico, dipendente dalla droga ma in via di disintossicazione (più che altro si evince, non si vedono scene esplicite e si è lasciato pochissimo spazio all’argomento), “iperpensante” (in continuo processo accelerato di pensieri e ragionamenti, difatti soffre d’insonnia e da qui anche la sua dipendenza alla droga per “distogliersi un attimo dai troppi pensieri”), maniaco del metodo logico-deduttivo (dal generale al particolare), ignorante su quasi tutto ciò che noi consideriamo importante se non fondamentale da sapere ovvero nessuna conoscenza di tipo letterario, politico, filosofico, astronomico. In particolare in un blog che tiene Watson egli ridicolizza la sua poca cultura su questi argomenti sostenendo che Sherlock Holmes non conosce il moto di rivoluzione terrestre, il che fa molto sorridere e risulta strano dato il suo enorme genio nel risolvere i casi. Questo fa capire come egli si avvalga di poche conoscenze, quali mediche, giuridiche e chimiche e della totale padronanza del metodo deduttivo, per risolvere qualsiasi tipo di caso.
La genialità dei creatori di questa serie è stata quindi calare l’investigatore e il suo collaboratore Watson (medico di guerra, eccitato dalle situazioni pericolose che vedremo quali effetti benefici avranno sulla sua salute) nella nostra epoca, e metterlo in rapporto con tutti i media contemporanei come il web (come ho già detto Watson curerà un blog sulle gesta di Sherlock Holmes), il cellulare (vedremo come Sherlock si diletta a stuzzicare la polizia e il suo stesso collaboratore inviando continuamente SMS di scherno o di genere investigativo), ed oltre ai media il nostro investigatore dovrà fare i conti con molti sistemi informatici di sicurezza, risoluzione di enigmi elettronici e tanti altri marchingegni dell’era digitale. Tutta questa modernità non stona con le opere di Doyle al livello di trama e colpi di scena, anzi, si adatta molto bene. La regia delle scene è magistrale: è come vivere con i protagonisti per le strade di Londra, accompagnandoli nelle loro avventure, alle prese con i criminali più disparati fino ad arrivare allo incontro/scontro con il principale antagonista della storia: Jim Moriarty, interpretato dall’eccezionale attore Andrew Scott. I suoi modi di fare, le sue gesta criminali, ma soprattutto la sua personalità mettono i brividi. Come nei libri di Doyle egli viene definito un “genio del male”, ossessionato dalle strabilianti abilità intellettive di Sherlock il quale lo trova molto simile alle sue. Nella serie si vede come egli controlli gran parte dei sistemi politici e criminali anche nel resto del mondo e non solo a Londra. Il suo lavoro è di “consulente criminale” da lui stesso definito, in contrapposizione col lavoro di Sherlock di “consulente detective”, denominato stesso da quest’ultimo.
La durata di un’ora e mezza a puntata non annoia per nulla: composta da un susseguirsi continuo di colpi di scena, storie secondarie che stuzzicano la curiosità dello spettatore, dialoghi esilaranti tra Sherlock e Watson che destano sempre attenzione e sorrisi.
Le veloci inquadrature sui dettagli fanno sussultare lo spettatore, presenza frequente scritte sopra la testa di Sherlock per evidenziare i suoi schemi mentali in punti salienti, pensieri, testi di SMS. Il pubblico non è mai allo scuro delle vicende, tutto è mostrato, ma al tempo stesso sta con il fiato sospeso perché molto spesso non sa come unire i pezzi del puzzle del crimine per risolverlo. Questo però non risulta un problema: lasciamo il lavoro al nostro consulente detective, e non possiamo fare altro che osservare con fiera ammirazione le sue gesta.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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