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O. C.: il teen drama degli anni duemila

13/04/2015

Marissa: So, what do you think of Newport?
Ryan: I think I could get into a lot less trouble where I'm from.
Marissa: You have no idea.

Ryan: Welcome to the dark side.


Titolo: The O. C.
Anno: 2003-2007
Genere: teen drama
Ideatore: Josh Schwartz
Attori principali: Peter Gallagher (Sandy Cohen), Kelly Rowan (Kirsten Cohen), Ben McKenzie (Ryan Atwood), Mischa Barton (Marissa Cooper), Adam Brody (Seth Cohen), Rachel Bilson (Summer Roberts), Chris Carmack (Luke Ward), Tate Donovan (Jimmy Cooper), Melinda Clarke (Julie Cooper), Alan Dale (Caleb Nichol)


Ho spesso sentito critiche negative mosse a questa serie per quanto riguarda la recitazione e gli intrecci narrativi.
Posso essere d’accordo riguardo la storia solo dalla metà della terza stagione in poi, in quanto perde molto della sua forza di intrattenimento da quel punto fino alla fine.
Sulla recitazione non ci si può proprio lamentare: gli attori, a mio avviso, sono ben calati nei loro ruoli di adolescenti e di adulti senza mai peccare di poca credibilità. Inoltre rispondono bene agli eventi della narrazione, stupendi o catastrofici che siano.

La storia narra le vicende un ragazzo di nome Ryan Atwood, che, avendo aiutato il fratello a rubare una macchina, viene arrestato per complicità. L’avvocato Sandy Cohen che aiuta a scagionarlo realizza che il giovane non ha nessuno che possa prendersi cura di lui, avendo una mamma alcolizzata e un fratello in carcere. Decide così di ospitarlo nella sua lussuosa villa a Newport Beach (Orange County, da cui prende il nome la serie) in California.
Qui farà la conoscenza della moglie dell’avvocato, Kirsten, e del loro figlio solitario Seth.

Ryan è il vero protagonista della storia anche se essa è ben incentrata su tutti i personaggi principali, compresi i genitori dei rispettivi quattro protagonisti.
Egli funge da motore della narrazione, irrompendo nella routinaria e noiosa vita degli altri personaggi, i quali vivono solo all’insegna del lusso e del vizio.
Avendo un difficile passato e delle origini umili, Ryan si trova ad essere inizialmente un emarginato in un mondo in cui si dà solo importanza all’apparenza.
Egli si trova così fuori dalla sua città natia, Chino, all’interno della quale doveva fare i conti quotidianamente con gente violenta e farabutti di qualsiasi genere. Successivamente si ritrova catapultato a Newport, la quale è totalmente differente. Quello di cui si renderà conto Ryan è che, sotto quello strato di buona apparenza e di falsi sorrisi, si nasconde un “lato oscuro” come lo chiama lui stesso. Forse ancora più oscuro di quello di Chino.

Si troverà quindi a cambiare le vite delle persone che incontrerà, portando un po’ di umiltà e facendo uscire Seth dalla sua vita solitaria fatta di fumetti e videogiochi, diventando così migliori amici.
Le altre due protagoniste, che completano il quartetto di personaggi principali, sono Marissa e Summer.
La prima diventerà l’amore principale nella vita di Ryan e sarà un personaggio chiave di molte vicende nella sua vita.
Summer è invece l’amata di Seth, mai ricambiata fino all’arrivo di Ryan nella sua vita. Egli non solo riesce a sbloccare la sua vita sociale, lasciandolo aprire con gli altri, ma fa sì che Seth parli con Summer e riesca a conquistarla. Quest’ultima all’inizio è la meno umile del gruppo, molto legata all’ambiente della moda e alle cose più futili. Ma cambierà anche lei a contatto con Ryan dimostrando i suoi lati positivo e lasciandosi alle spalle il lato snob.

Come ogni teen drama tratta di tematiche forti come alcolismo, droga, sesso, omosessualità e violenza osservate dal punto di vista dei teenager.
Vorrei fare un paragone per far capire al meglio come questa serie sia calata perfettamente negli anni duemila.
A differenza ad esempio di “Dawson’s Creek”, di cui ho parlato nella mia scorsa recensione, i dialoghi sono molto più spinti e c’è più presenza di turpiloquio anche se non in maniera eccessiva, tanto da risultare abbastanza realistica.
Le espressioni linguistiche sono tipicamente giovanili a differenza dell’altra serie, le quali facevano parte prettamente di un mondo adulto più che adolescenziale.
Inoltre le azioni e le reazioni dei personaggi in “The O. C.” sono spesso azzardate, impulsive come reagirebbero appunto degli adolescenti.
La differenza tra queste due serie è che sono calate in anni differenti. “Dawson’s Creek” non avrebbe lo stesso successo che ha avuto negli anni Novanta se fosse trasmesso negli anni duemila, viceversa anche “The O. C.”, ma questo è banale e scontato.
Gli anni passano e cambiano gli usi, i costumi e la società intera che è sempre in continua evoluzione.

Una parte considerevole dello spazio narrativo è lasciato anche agli adulti che, specialmente in questa opera televisiva, sono tutto fuorché i saggi della storia, tranne qualche raro esempio come Sandy.
Vengono indagati tutti i loro difetti e i loro errori riguardanti il tradimento, l’alcolismo e la vendetta.
A differenza di “Dawson’s Creek” non solo i dialoghi, come ho già osservato, ma anche le tematiche sono rese in maniera forte e disinvolta con vicende principali ma anche secondarie che fanno da sfondo.
Troveremo i nostri personaggi molto spesso all’interno di feste dove ci si ubriaca ma, soprattutto, ci si droga come fossero azioni comuni, difatti le reazioni dei protagonisti non sono per niente eccessive.
L’alcolismo, la droga e l’omosessualità non solo sono vissute dai protagonisti come partecipanti a questi problemi, ma anche come vittime dirette.
Questa è una nota positiva perché ci fa scorgere un po’ di più la nuda e cruda realtà di queste gravi situazioni.

“The O. C.” è e rimane per me uno serie molto piacevole che mi ha accompagnato durante la mia adolescenza e che mi ha fatto molto riflettere sulle problematiche di natura relazionale. Anche se può sembrare a prima vista un’opera molto disimpegnata al livello di significato, non lo è affatto. Questo poiché indaga a fondo nella vita di tutti i giorni degli adolescenti facendoci “mimetizzare” e, quindi, calare meglio nei panni dei personaggi senza tuttavia mancare di lati tecnici che fanno buona una narrazione seriale. Questi da ricondurre ad una buona recitazione accostata a dialoghi e situazioni divertenti o drammatiche mai scontate, girate in maniera discreta con piacevoli sottofondi sonori che accompagnano in modo egregio le scene più significative.

 

 

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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