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A History of Violence: Fragile equilibrio della serenità umana

08/01/2015

Tom Stall:”Who’s Joey?”
Carl Fogarty:”You are”
Tom Stall:”My name’s Tom, sir”
Carl Fogarty:”’course it is”

Tom:”I should’ve killed you back in Philly”
Carl:”Yes Joey. You should have.”

 

Titolo: A history of violence
Anno: 2005
Genere: Drammatico, thriller, gangster
Regista: David Cronenberg
Sceneggiatore: Josh Olson
Attori principali: Viggo Mortensen (Tom Stall/Joey Cusack), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack), Ashton Holmes (Jack Stall).

Ci troviamo in una piccola cittadina americana immaginaria di nome Millbrook nell’Indiana. L’equilibrio armonioso della famiglia del nostro protagonista Tom Stall (Viggo Mortensen) viene rotto quando un giorno, nel bar dove lavora, vengono a fargli visita due rapinatori. All’apparenza un uomo pacifico, alla vista di un tentativo di stupro di una signorina che lavora nel suo bar da parte degli uomini, in Tom scatta qualcosa e in circa una quindicina di secondi uccide i due con un’agilità e una forza strepitosa, la quale stona molto con l’idea del personaggio che ci è stato presentata all’inizio del film. Allo spettatore inizia a non quadrare qualcosa poiché il protagonista viene dipinto come un cittadino tranquillo, dedito alla famiglia e al mantenere un clima pacifico e sereno.
L’accaduto lo fa diventare l’eroe locale, intervistato di continuo dai giornalisti. L’evento desta l’attenzione di tutti i cittadini, ma anche della mafia irlandese che stranamente inizia a fare visita alla famiglia Stall. Capo di questa gang è un tizio di nome Fogarty (Ed Harris) che sembra conoscere molto bene Tom e con aria minacciosa inizia ad importunare lui e la sua famiglia. Passando dalle parole ai fatti, il mafioso prende in ostaggio il figlio e intima Tom di seguirlo a Filadelfia, continuando a chiamarlo Joey Cusack.
Di qui in poi assistiamo ad una completa rottura delle credenze degli altri membri degli Stall, scoprendo il passato del capofamiglia e del suo rapporto con la mafia irlandese a Filadelfia, catapultati in un vortice di violenza pronto ad essere ricreato.

Il film ha caratteristiche tipiche del cinema di Cronenberg: violenza e crudezza. Molti spettatori potranno non gradirle ma, a differenza di altre pellicole, nei suoi lungometraggi gli effetti crudi della violenza sono estremamente vicini alla realtà e non vengono minimamente portati ad un livello surreale o non c’è la presenza di lesioni e uccisioni altamente improbabili.
Viggo Mortensen l’ho gradito tantissimo perché riesce bene nell’interpretazione del personaggio e subisce di tanto in tanto una metamorfosi in maniera molto naturale e spontanea come se celasse un mostro all’interno che di tanto in tanto libera dalla sua gabbia. Un po’ come Dottor Jekyll e Mr Hyde, il protagonista sfida, a colpi di ju jitsu molto ben eseguiti, il suo passato svelando via via la creatura nascosta dentro di sé tra lo stupore generale dei concittadini, ma soprattutto della moglie Edie (Maria Bello) e dei due figli, di cui non avevano la minima idea che esistesse.
Si passa così da una dimensione di credenze assodate di un uomo pacifico a quella di un autentico e abile killer, in cui tutte le certezze di una famiglia crollano e lasciano spazio all’incredulità e all’amarezza. Lo spettatore in particolare è spiazzato di fronte alla frase che fa crollare queste certezze: “Avrei dovuto ucciderti a Filadelfia”.
A history of violence si concentra proprio su questo: la fragilità di questo equilibrio di serenità. La tranquillità familiare che può essere scossa da un momento all’altro da un qualsiasi problema di qualunque genere o entità. Anche se qui viene estremizzata a rapporti passati con la criminalità organizzata, la frattura di questa armonia viene generalizzata a qualsiasi tipo di avversità. In questo clima non solo il giudizio di una moglie e dei figli grava sulle proprie spalle facendo pesare i propri errori, ma si deve fare i conti anche con l’opinione pubblica che contribuisce a rendere difficile qualsiasi situazione critica e la relativa risoluzione.

Lo scontro finale di questa storia mi ha lasciato un po’ deluso la prima volta che l’ho visto, il quale presenta anche qualche azione abbastanza improbabile e surreale.
Rivedendolo più volte però ho imparato ad apprezzarlo, in quanto secondo me il vero fulcro della storia non è veramente “una storia di violenza” che viene raccontata, la quale fa solamente da sfondo. Il vero punto focale è la famiglia. Il protagonista, qualunque cosa accada, è sempre preoccupato per essa e cerca sempre di proteggerla mettendo spesso a repentaglio la sua vita. I suoi pensieri e preoccupazioni, le sue azioni e le sue emozioni sono sempre rivolte ad Edie e ai suoi due figli perché è tutto ciò a cui tiene. Costituiscono il suo senso di vita, il suo riscattarsi dal passato e vivere finalmente una vita tranquilla e serena.
Il finale è particolarmente toccante in cui c’è un gioco di sguardi ed espressioni che non ha bisogno di parole, infatti non c’è dialogo tra i personaggi. Tutto è mostrato e nulla è detto, eppure lo spettatore riesce a recepire completamente il messaggio: un perdono invocato ed un equilibrio ritrovato tra i sorrisi dei figli e le lacrime di Edie.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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