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Death Note: Complessità del concetto di giustizia attraverso Light e L

02/02/2015

Regola 1 del Death Note:“L’umano il cui nome verrà scritto su questo quaderno morirà.”

L e Light (contemporaneamente):”Io sono… la giustizia!”


Titolo: Death Note
Anno: 2006 (1° tv italiana nel 2008)
Genere: poliziesco, fantasy, thriller psicologico, azione, giallo
Regia: Toshiki Inoue
Ideatore e scrittore del manga: Tsugumi ?ba
Disegnatore del manga: Takeshi Obata

 

Se esistesse un quaderno sul quale scrivere il nome di una persona farebbe sì che quest’ultima morisse, lo usereste?
Questa è la domanda fondamentale che ci si pone fin dall’inizio di questo splendido anime tratto dal manga di Tsugumu ?ba che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, inserito nella lista de “Gli anime e manga più belli di tutti i tempi” divenendo un vero e proprio cult della nostra generazione.

Ci troviamo a Tokyo e un ragazzo di nome Light Yagami, molto intelligente e brillante, annoiato e disgustato da una società sempre più vile e corrotta, pervasa da una profonda ingiustizia verso i più deboli, trova il “Death Note” sul quale ci sono regole abbastanza precise. “L’umano il cui nome verrà scritto su questo quaderno morirà” è la prima regola del quaderno della morte. La bellezza di questo anime sta nel come riesce a farci calare nei panni del protagonista, carpirne i pensieri e farci trovare sempre in ogni momento degli spunti di riflessione sul concetto di vita e morte, e di giustizia.
Inutile dire che il giovane liceale, prossimo alla maturità, deciderà di usare questo quaderno e tenterà di creare un mondo nuovo popolato solo da gente perbene e fondato sulla giustizia. Inizierà ad eliminare solo ed esclusivamente i criminali all’inizio che moriranno di arresto cardiaco entro quaranta secondi se non si specificano le cause del decesso (altro potere del Death Note).
Questo suo continuo uccidere decine e decine di furfanti desterà l’attenzione della polizia che non riuscirà a spiegarsi il perché di questa lunga serie di morti apparentemente naturali. Avendo le mani legate non possono fare altro che rivolgersi alla massima autorità investigativa mondiale, l’odierno Sherlock Holmes giapponese: “L”.
Nessuno lo ha mai visto né sa il suo vero nome ma ha sempre aiutato la polizia tramite messaggi e chiamate per risolvere casi di estrema difficoltà.
Da questo punto in poi inizia una vera e propria lotta tra questi due personaggi principali, facce della stessa medaglia chiamata “giustizia”, in cui l’uno tenterà di scovare l’altro, entrambi alla ricerca del volto e del nome del proprio rivale.

La caratteristica che più stupisce lo spettatore è l’estrema intelligenza e il profondo acume dei due protagonisti che useranno degli stratagemmi incredibili per tentare di scovare ogni volta i propri rivali minori fino ad arrivare allo scontro finale.
Un thriller unico e senza precedenti nella sua originalità che ci trasporta attimo dopo attimo nella mente del killer e dell’investigatore entrando sempre di più nel loro punto di vista e scorgendo puntata dopo puntata il loro profilo psicologico.
Light e L sono estremamente simili come scopriremo nel corso dell’anime perché i due entreranno molto spesso a contatto fino ad essere così vicini da tenerci col fiato sospeso e in piena suspence facendoci affermare di tanto in tanto “Questo è il momento in cui lo scopre. Me lo sento è proprio questo.”
L’anime mantiene un ritmo di narrazione costantemente alto non facendo cadere neanche per un momento l’attenzione del pubblico perché sempre colmo di azione e di un senso di imprevedibilità degli eventi.

L’anime rappresenta una profonda riflessione sull’importanza delle vita di ognuno di noi ma, soprattutto, ci mostra come sia complesso il concetto di giustizia.
Light uccide le persone senza mezzi termini. La persona che compie omicidi fa cose sbagliate. Eppure non riusciamo a odiarlo per questo perché si scaglia esclusivamente contro coloro che rendono corrotta la società che, come ci farà notare spesso la polizia di Tokyo nel corso del tempo, inciderà fortemente sulla percentuale di criminalità giapponese e poi su scala mondiale, che calerà vertiginosamente.
Attraverso Light e i dubbi dei poliziotti, siamo portati a pensare che tutto sommato questo porti del bene e allontani il male. L è colui che ci porta con i piedi per terra. Uccidere è malvagio e non si può raggiungere la pace mondiale eliminando fisicamente le persone.
Light e L rappresentano due forme di giustizia differenti. Il primo è una giustizia senza nessun rispetto della vita umana, senza speranza che le persone ree di atti malvagi possano cambiare attraverso una dovuta educazione allo stare in società seguendo le regole. Light si sente e dice di essere “il Dio del nuovo mondo” un Dio intransigente che vuole portare solo pace eliminando la feccia per lasciare spazio solo ai buoni e ai giusti, col sacrificio dei portatori del male.
La gente sui social network acclama il nome di “Kira” (così chiamato il misterioso giustiziere senza volto né nome, riferendosi attraverso la pronuncia giapponese al sostantivo “Killer” in inglese) elogiando il suo operato e realizzando che i risultati di pace sono reali e tangibili grazie a lui.
L è la giustizia opposta. Molto più vicina alle leggi scritte ma anche a quelle umane. Egli evidenzia come Kira sia un criminale come gli altri, l’unica differenza sta in questo suo potere mistico di uccidere. Ed essendo come gli altri va catturato e punito, senza sconti.

Questo anime a me, come sicuramente a tutti quelli che lo hanno visto nel resto del mondo, ha fatto molto riflettere. Invito chiunque ad essere sincero sul fatto di essere stati d’accordo con Kira almeno una volta sulla questione che sia giusto eliminare i criminali.
La serie può essere accostata alla legge sulla pena di morte, se sia giusta o sbagliata. Ma a questa può accodarsi anche il concetto di vendetta nei riguardi di chi ci ha fatto del male come ad esempio nei casi che sentiamo ogni giorno al telegiornale: un uomo che uccide una o più persone e la relativa famiglia addolorata e irata al tempo stesso nei confronti dell’assassino. Tale famiglia, in molti di questi casi, lo vorrebbe morto, non a scontare una pena di trent’anni in carcere.
Un’ ultima cosa a cui questo anime fa pensare è, come ho già detto, il rispetto per la vita altrui. Ciò può essere analogamente indirizzato al problema dell’eutanasia ad esempio. La concezione di rispetto è molto simile in entrambe le situazioni. Quindi domandarsi se è giusto o meno far smettere di soffrire una persona e regalargli un eterno e meritato riposo. Il rispetto per la vita in questi casi è ambiguo: “Ho rispetto per la vita di questa persona quindi non spetta a me decidere se farla morire o meno, devo lasciar fare alla natura il suo corso; oppure “Ne ho ma non mi va di farla soffrire per altri mesi” o ancora “Ho rispetto per la sua vita serena e al momento non lo è. Voglio regalargli una vita ultraterrena di serenità così decido io di farla finita”.
Death Note mi ha dato tantissimi di questi spunti di riflessione sul valore della vita e sulla giustizia e ho tratto le mie conclusioni.
Sono concetti molto complessi che non hanno un “giusto” e uno “sbagliato” che devono tener conto delle situazioni, delle fragilità delle persone, della situazione legale. Le mie considerazioni al riguardo sono superflue e non è questo l’oggetto della mia analisi. Concludo solo dicendo che questo anime offre visioni multiple fondamentali sul senso della vita e sulla giustizia su cui dovremmo soffermarci più spesso nell’arco delle nostre giornate. Il concetto di giustizia ha un margine di oggettività ma ha una fondamentale parte sostanziale di soggettività.
Death Note mi ha fatto capire quanto sia importante cercare di mettersi perennemente nei panni delle persone, il che non vuol dire solo calarsi nelle situazioni, ma essere consapevoli che ci sono modi di ragionare ed emozioni differenti all’interno di ognuno di noi.
Il giusto e lo sbagliato, il bene e il male sono universi di pensiero sfumati, ma la comprensione dell’altro senza pregiudizi e preconcetti non può far altro che avvicinarci il più possibile ad un mondo nuovo, il quale di sicuro non sarà stracolmo di felicità, ma nel quale possiamo vivere meglio a contatto con le altre, simili e dissimili, forme di vita.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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