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Dawson’s Creek: lo spirito adolescenziale degli anni ‘90

18/03/2015

Joey:”Dawson, I'm sorry I don't have the same dreams I had when I was 15 years old, and I'm sorry that I moved on faster than you did, but you know what? Maybe not everything that happens to you is my fault! And maybe just because I want more from my life than...”
Dawson:”More than what? More than us? You don't know, do you? You've never known. The entire time I've known you, all you've wanted to do is escape. From me, from Capeside. I mean, you say that I'm the dreamer. I'm the one who doesn't wanna live in the real world. Well, I'm doing it, Joey. Right now. I'm living in the real world. It's you who wants the fantasy.”

Dawson:“The night is young.”
Joey:”So are we.”


Titolo: Dawson’s Creek
Anno: 1998- 2003
Genere: teen drama, romantico
Ideatore: Kevin Williamson
Attori principali: James Van Der Beek (Dawson Leery), Katie Holmes (Joey Potter), Joshua Jackson (Pacey Witter), Michelle Williams (Jen Lindley)


Dawson’s Creek credo sia stata la prima serie che abbia maggiormente influenzato la mia infanzia, e credo anche quella di molti altri ragazzi della mia età.
Come genere “teen drama” è figlia dell’altrettanto importante serie degli anni Novanta Beverly Hills 90210.
Secondo me però quest’ultima incarna un po’ meno di Dawson’s Creek lo spirito di quegli anni, ma è solo una mia opinione, derivata probabilmente dal fatto che fossi leggermente più grande e ho potuto comprenderla meglio.
Mi è capitato di rivederla qualche anno fa con una mente ormai post adolescenziale. È stato interessante notare delle peculiarità di questa serie che non si riscontrano facilmente in altre, e che, quindi, la rendono originale.

Essa è ambientata in una cittadina americana fittizia di nome Capeside. Sono narrate le vicende relazionali di quattro ragazzi adolescenti, a partire dai loro 15 anni. Anche se sono tutti protagonisti, la serie è incentrata maggiormente sul ragazzo che dà il nome ad essa: Dawson.
Egli è un appassionato di cinema, in particolare di Steven Spielberg, e desidera ardentemente diventare un regista seguendo le sue orme.
Il focus dell’attenzione, più che sul personaggio di Dawson, è orientato sulla suo rapporto con Joey, la ragazzina che abita all’altra sponda del fiume che separa le loro case. Questo focus, col passare delle puntate, verrà sempre più ampliato anche agli altri personaggi. Ma al loro rapporto viene data sempre una certa importanza rilevante, poiché è questo che caratterizza e da cui parte la storia, che poi si ramificherà con intrecci relazionali derivata dall’entrata in scena di altri personaggi.
Questa relazione principale mantiene la narrazione, fino a che non subentra il migliore amico di Dawson, Pacey. Passando così da un “secondo piano” ad un primo piano, quest’ultimo farà si che il rapporto diventi un triangolo amoroso nel quale Joey si troverà costantemente a scegliere tra i due. La scelta si rivelerà ardua perché cogliamo appieno il legame forte che lei sente nei loro confronti, indipendentemente dal suo tradursi in amore o amicizia.
Il quarto personaggio è colei che rompe la routine dei tre amici: Jen. La ragazza venuta da New York scuote, con la sua bellezza e col suo carattere, le loro vite in positivo ma anche in negativo. Crea infatuazioni ma anche gelosie, facendo entrare lo spettatore nel pieno clima adolescenziale. Jen, in un certo senso, apre la visione dell’adolescenza, funge da catalizzatore a questo inizio di fascia d’età. Anche lei entrerà in relazione intima con Dawson, spostando così il focus su tutti e quattro i protagonisti.

La particolarità del genere teen drama, che si afferma appunto negli anni Novanta, è quella di trattare di temi molto seri come la droga, l’omosessualità, l’alcolismo, i problemi familiari, la diversità in genere, però visti attraverso gli occhi di un adolescente, e di come quest’ultimo li affronta.

La particolarità di Dawson’s Creek sta nella caratterizzazione dei personaggi. Essi dimostrano una maturità che va ben oltre la loro fascia di età. I dialoghi sono sempre molto forbiti, con un linguaggio impeccabile e con l’assenza più totale di turpiloquio. Questa scelta stilistica può essere certamente criticata. Eppure, personalmente parlando, adoravo ascoltare quei dialoghi così precisi e senza parolacce. Insomma io l’ho criticata e continuo a criticarla positivamente questa scelta. Non solo perché ammiravo la bellezza di un linguaggio standard così perfettamente utilizzato, ma anche e proprio perché era altamente educativo. Dawson’s Creek è stata un po’ la mia buona maestra e gliene sono grato.
Un’altra particolarità dei dialoghi è il modo di trattare i suddetti temi.
Non mancano riflessioni molto profonde, dibattiti socio-culturali, che a volte sfiorano la sfera filosofica. Ciò è impensabile per dei ragazzi di 15 anni. Ciò nonostante, i ragazzi affronteranno problemi come la separazione dei genitori, l’alcolismo, la droga, l’omosessualità e la sua accettazione sociale e così via. E lo faranno con un approccio più adulto che adolescenziale.

Le puntate della prime stagioni sono caratterizzate dalle loro nuove esperienze tipiche della fascia adolescenziale: il primo bacio, la prima volta, l’ebbrezza al compleanno dei sedici anni e così via.
La scelta di un approccio adulto non è trattata in modo pesante e il telespettatore non ne rimane annoiato. L’autore è stato capace di unire la maturità adulta alla fascia adolescenziale in modo impeccabile che, a lungo andare, non risulta affatto strano.

Infine volevo soffermarmi sul titolo: letteralmente “il fiume di Dawson”.
Il fiume, quello che separa la sua casa da quella di Joey, rappresenta, a mio parere, la linea di demarcazione tra le loro vite. Potremmo definirlo il filo conduttore della loro relazione. Un corso d’acqua che unisce ma al contempo separa i due protagonisti. Joey lo attraverserà varie volte per entrare e uscire dalla vita di Dawson, segnando metaforicamente così i loro allontanamenti e avvicinamenti.
Dawson’s Creek mi ha lasciato bei ricordi e in un certo senso mi ha aiutato a forgiare il mio carattere. Sfido chiunque, al di là del gusto, a dire che non sia fatta bene come serie televisiva. Anche perché credo che passi in rassegna tutte le componenti che contribuiscono a renderla buona. Questo perché parte da una discreta regia delle puntate, con l’aggiunta di alcuni special di Halloween che rendono alla perfezione una componente horror che non fa proprio parte del genere. Una sceneggiatura scritta molto bene al livello linguistico, con dei dialoghi forbiti e un linguaggio alto. Una storia tutto sommato ottima che non risulta mai banale e con svariati colpi di scena. Insomma, potrà anche essere criticata da alcuni per il gusto ma è qualitativamente un’opera televisiva degna di nota.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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