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Zelig: il trasformismo identitario, difficoltà nella costruzione del sé

26/03/2015

Leonard Zelig[to Dr. Eudora Fletcher]: “I have an interesting case. I'm treating two sets of Siamese twins with split personalities. I'm getting paid by eight people.”

Leonard Zelig[to Dr. Eudora Fletcher, under hypnotism]:” I'm 12 years old. I run into the synagogue. I ask the rabbi the meaning of life. He tells me the meaning of life, but he tells it to me in Hebrew. I don't understand Hebrew. Then he wants to charge me $600 for Hebrew lessons.”

Bruno Bettelheim:” The question of whether Zelig was a psychotic or merely neurotic was a question that was endlessly discussed among his doctors. Now I myself felt his feelings were really not all that different from the normal, what one would call the well-adjusted, normal person, only carried to an extreme degree, to an extreme extent. I myself felt that one could really think of him as the ultimate conformist.”

 

Titolo: Zelig
Anno: 1983
Genere: Commedia, documentario, satirico
Regista/Sceneggiatore: Woody Allen
Attori principali: Woody Allen (Leonard Zelig), Mia Farrow (Dott.ssa Eudora Nesbitt Fletcher)


Oggi voglio proporvi una delle perle cinematografiche del maestro della commedia, Woody Allen.
Zelig è un documentario parodizzato ambientato negli anni Venti a New York. Essendo una parodia, tutti i personaggi e le storie ad essi connesse sono fittizie. Per rendere il tutto verosimile, e per ingannarci nei primi dieci minuti del lungometraggio, il film è girato con l’attrezzatura dell’epoca.
Questo falso documentario parla di un individuo, Leonard Zelig, che irrompe nella quotidianità americana presentando un bizzarro caso psichiatrico. Egli quando è in presenza di altre persone ne assume il carattere, i modi di fare, vagamente le sembianze, la lingua madre e, sorprendentemente, anche le abilità.
Egli viene così studiato da più svariati medici e psichiatri, in particolare da una dottoressa di nome Eudora Fletcher, la quale più di tutti si interessa a questo paziente.

Il film è interamente attraversato da una vena comica che solo Allen può rendere. Nelle sue opere, il suo tipo di comicità è sempre brillante, mai banale, acuto, un po’ noir, ironico e sagace. Allo stesso modo fa in questo documentario, in cui Leonard, ma anche tutte le persone che parlano del suo caso, mostrate in un epoca più moderna e invecchiate, costituiscono motivo di risata.
Non mancano battute grottesche, fortemente sarcastiche e verità spudorate. Ad esempio la stessa Eudora rivela di essersi interessata al suo caso solo per diventare famosa e per fare soldi, non perché gli importasse davvero il lato umano della faccenda.
Le malattie, il razzismo, la guerra, la crisi e quant’altro vengono ironizzate e smontate bonariamente della loro serietà con osservazioni scherzose al riguardo, ma al tempo stesso di denuncia. Insomma, come solo Allen sa fare.

Il disturbo psicologico di Leonard Zelig si rivela essere quello della personalità, ma in forma estremizzata. Egli copia letteralmente e quasi in tutto e per tutto quelli che gli stanno attorno. Si “mimetizza” tra la gente tanto è che verrà chiamato “l’Uomo Camaleonte”.
Con la scelta di questo personaggio, Allen porta in campo un tema complesso ed estremamente interessante per la sua perenne attualità: la costruzione del sé.
Studi psicologici e sociologici hanno dimostrato che l’io sociale, ovvero noi nella società, nella socializzazione con le persone, interpretiamo sempre un ruolo. Questo a seconda delle persone con cui interagiamo, delle situazioni in cui ci troviamo, nei luoghi in cui siamo.
Sono d’accordo con questi studiosi fino ad un certo punto. È pur vero che il mio comportamento e il mio modo di fare cambia sensibilmente da persona a persona, ma sono pur sempre me stesso. Eppure questo per molti non vale. Molti vogliono mimetizzarsi, conformarsi in modo estremo, tale da essere accettati più facilmente dagli altri, perdendo sempre più la propria identità.
Quello che ho colto dal film, e di cui voglio parlarvi, non è semplicemente l’insieme dei gusti che vanno di moda o il modo in cui i media influenzano il nostro modo d’essere (anche se comunque ne fanno parte). Parlo invece della mancanza di opinione nei rapporti interpersonali. Di persone che hanno poca spina dorsale, che si lasciano influenzare molto facilmente. Parlo dunque di sottomissione volontaria all’altro.
Potrà sembrarvi banale e scontato dire che questo modo di agire non solo limita le scelte importanti della propria vita, ma offuscano e reprimono la costruzione del sé e la formazione della propria identità. Cosa che cambierà irrimediabilmente per alcuni versi (se non è troppo tardi) il nostro avvenire.
Avere un’identità forte e una buona dose di autostima è dunque una cosa fondamentale da possedere nei periodi della maturità e negli anni a venire, al fine di preservare il nostro futuro.

Seguendo questa linea di pensiero, il film effettivamente denuncia la poca forza di imporre se stessi. In una scena in cui si intervista un uomo che parla di Leonard, quasi come se quello che dicesse fosse in contraddizione con la vena comica adottata fino a quel momento, egli fa un’osservazione sulla sua malattia. Dice espressamente che il suo modo d’essere non è poi così diverso dalla persone normali ed equilibrate, e che si può definire un “conformista per antonomasia”. Questa forte critica dai toni aspri è riferita ovviamente a chi sceglie di conformarsi.

D’altro canto Zelig io l’ho colto anche come spunto di sensibilizzazione verso coloro che, purtroppo, non hanno scelto di essere così. Ad esempio chi soffre di patologie psichiatriche del disturbo della personalità legate a traumi infantili.
La sensibilizzazione è legata non solo all’essere vicini a queste realtà, ma anche al forte invito di scegliere secondo il proprio volere, riferito a chi ha la possibilità, e la fortuna, di poterlo fare.
Attuando queste scelte per se stessi si prende in mano la propria vita (tenete a mente che ne è solo una) e la si riesce a trasformare in quel che si vuole. È una questione di volontà, un atto di forza e coraggio. Ed è necessario farlo poiché, a mio parere, non c’è cosa più brutta a questo mondo del non riuscire a realizzare veramente se stessi come lo abbiamo sempre sognato.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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