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Nuvole d'arte Il Mostro di Firenze: senza nome

23/02/2018

Settembre 1985. Procedendo per 1600 metri sulla strada che da Ponte agli Scopeti porta a San Casciano, nel cuore della provincia fiorentina, sulla destra si può notare un viottolo che conduce ad una piazzola. Situato a circa quattro metri di altezza dalla via asfaltata e riparato da alcuni alberi di pino marittimo lo spiazzo è un buon punto per accamparsi per la notte o appartarsi semplicemente per qualche ora lontano dal traffico e da occhi indiscreti. In prossimità del pino che guarda sulla strada, in modo da essere riparata dal sole nelle ore più calde, si trova una tenda da campeggio e parcheggiata a pochi metri una Golf bianca. All’interno due ragazzi francesi forse si preparano per andare a dormire, forse fanno l’amore; visti da fuori, agli occhi dell’uomo che si è avvicinato senza fare rumore nel buio della notte, sono due sagome appena distinguibili. Probabilmente non mira nemmeno, tira fuori una pistola modello Beretta Calibro 22 Long Rifle e spara almeno cinque proiettili Winchester serie H in direzione della tenda ancora chiusa. La donna muore sul colpo, mentre l’uomo è solo ferito ma resta immobile, secondo alcuni deciso a fingersi morto, per altri (e molto più probabilmente) dato l’effetto della paralisi generata dallo stato di terrore in cui versa, un modo comportamentale che la razza umana condivide con tante altre nel mondo animale. L’assenza di movimenti provenienti dall’interno convince l’aggressore di aver neutralizzato le vittime, apre la tenda e guarda all’interno rendendosi conto che il corpo della ragazza si trova, dalla sua prospettiva, alle spalle di quello del ragazzo. Non solo, l’entrata volge lo sguardo all’ingresso della piazzola così l’omicida, per evitare qualsiasi tipo di complicazione dovuta all’improbabile ma non impossibile arrivo di nuovi avventori si porta sul lato posteriore della piccola struttura ed estratto un coltello inizia a praticare uno squarcio nel tessuto in modo da aprirsi una seconda porta. A quel punto il ragazzo, ferito ma non incapace di correre si getta fuori dall’uscita ora libera e barcollando cerca di scappare verso la strada. L’assassino, dimostrando spaventosa prontezza, gira intorno alla tenda sbarrando di fatto la via di fuga e costringe la vittima a tagliare verso il bosco; a questo punto esplode un altro paio di colpi in equilibrio precario e quasi alla cieca (i due potrebbero essere anche entrati in contatto per un brevissimo momento) poi, rendendosi conto dell’inefficacia della strategia, si lancia all’inseguimento. Ora, le traiettorie di corsa dei due si dividono, quella dell’uomo ferito, spaventato, scalzo e forse colpito al gomito durante l’ultima scarica disegna un percorso confuso, quella dell’assassino evidenzia un perfetto studio del luogo circostante, taglia verso un piccolo slargo ovoidale evitando il boschetto, intercetta l’altro e lo uccide pugnalandolo ripetutamente, ne trascina il corpo in un anfratto e lo copre con quello che trova sul posto. Per alcuni criminologi i bossoli sono esplosi tutti in un solo momento, l’agguato iniziale, il killer è talmente freddo da non tentare nemmeno di sparare al fuggitivo. Terminato il lavoro torna dalla ragazza, si accomoda nella tenda che ora ha abbastanza spazio per consentirgli di muoversi liberamente e le asporta il pube e il seno sinistro. I cadaveri di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvilj, in Italia per trascorrere qualche giorno spensierato approfittando di una fiera di scarpe a cui lei, commerciante, era stata invitata, vengono ritrovati verso le 14:00 di lunedì 9 settembre 1985 da un ristoratore del posto in cerca di funghi con il figlio. Dinamica dei fatti, arma e bossoli ritrovati non lasciano dubbi, la belva che dal 1968 macchia di sangue le dolci colline fiorentine ha ucciso di nuovo, il Mostro di Firenze ha mietuto altre vittime.
Stavolta, a differenza delle altre, il Mostro sembra essersi premurato di ritardare il più possibile la scoperta della scena del crimine. L’agghiacciante motivo arriva appena due ore dopo, in un pacco consegnato come “urgente”, sulla scrivania del PM addetta alle indagini fino a pochi mesi prima: all’interno c’è un lembo di seno. Fatto ancor più spaventoso la missiva è stata raccolta a San Piero a Sieve, luogo in cui il magistrato risiedeva in estate. Quello di Scopeti resta, almeno ufficialmente, l’ultimo duplice delitto attribuito al Mostro di Firenze.
Tre filoni d’indagine: il primo all’interno della cerchia di conoscenze e amanti della prima vittima, una comunità di sardi emigrati ad inizio anni ‘60, il secondo porta alla condanna in primo grado di Pietro Pacciani, contadino di Mercatale, poi assolto in appello con formula piena (il 22 Febbraio è ricorso il ventesimo anniversario dalla scomparsa) e successivamente quella ai “Compagni di Merende”, altrettanto anziani quanto improbabili complici condannati solo per quattro di otto duplici delitti commessi tutti dalla stessa persona (non chiedetevi cosa significa , è scritto proprio così), il terzo sconclusionato e senza senso su mandanti e sette sataniche che non ha condotto ovviamente a nulla.
Nel 2013 Becco Giallo pubblica “Il Mostro di Firenze”, graphic novel sceneggiata da Liri Trevinello e disegnata da Erika De Pieri. A differenza di tanti ottimi prodotti editi dalla Casa Editrice sui casi di cronaca nera più scottanti della storia italiana stavolta il risultato non è memorabile. Le 144 pagine focalizzano l’attenzione sulla ricostruzione dei crimini ma approfondiscono poco la parte riguardante le indagini, alcuni personaggi importanti che avrebbero meritato maggior attenzione sono trattati sommariamente per giungere prima alla parte dedicata al processo e al dualismo tra colpevolisti e innocentisti scatenatosi all’epoca del procedimento contro Pacciani. Il fumetto, alla fine, risulta apprezzabile se non altro per la parte grafica che tratteggia efficacemente luoghi, epoca e atmosfere e va ad inserirsi nell’imponente produzione mediale, scritta (su tutti “Storia delle Merende Infami” del grande avvocato Nino Filastò e il dettagliatissimo “Al di là di ogni ragionevole dubbio” di Paolo Cochi) e filmata che unita alla costante attenzione giornalistica e alla vastissima partecipazione popolare, i milioni di click e condivisioni ricevuti dalla puntata di “Telefono Giallo” caricata in rete pochi giorni fa e le migliaia di gruppi e pagine social dedicate al caso cui partecipano utenti da tutto il mondo, testimoniano l’attualità di un caso sulla cui già all’epoca contestata sentenza si è abbattuto inesorabile il macigno del progresso scientifico. Da una parte gli studi del comportamento criminale e delle tracce da parte di organi competenti tra cui l’FBI portano a tracciare il profilo di un serial killer solitario, molto giovane e inesperto all’epoca del primo delitto e ancora agile e scattante nell’ultimo, una mano omicida che si perfeziona un’uccisione dopo l’altra (l’escalation di violenza nei confronti delle vittime femminili è progressiva), alto, abile tiratore e attento studioso dei luoghi in cui colpire; dall’altra quelli di entomologia forense che spostano di almeno 24 ore indietro nel tempo la morte dei ragazzi francesi, dalla domenica al sabato (probabilmente perfino al venerdì). Il Processo ai Compagni di Merende si basava interamente sulle dichiarazioni del testimone Giancarlo Lotti che affermava di aver partecipato all’uccisione dei due sventurati la notte tra domenica 8 e lunedì 9 Settembre 1985.
Quella che abbiamo raccontato questa settimana è la più spaventosa delle storie che abbiamo affrontato finora, perché è vera, ma quello che fa ancora più male e non potervene narrare la fine. Le ricerche sull’identità del Mostro di Firenze continuano tuttora, sebbene la speranza di arrivare alla verità si affievolisca sempre più. Nei luoghi dei delitti sedici croci su cui qualcuno ogni tanto va ancora a pulire e portare fiori freschi ricordano altrettante giovani vite spezzate nell’atto di concedersi al sentimento più tenero e puro dell’esistenza umana, l’amore. In nome di qualsiasi cosa resti di loro su questa Terra, per il dolore dei familiari come Renzo Rontini, morto quasi in miseria dopo aver dilapidato tutto quanto guadagnato in una vita di lavoro pur di trovare l’assassino della figlia Pia, e per Francesco Calamandrei, onesto farmacista ammalatosi per la vergogna di essere costretto a rispondere ad accuse terribili, bisogna continuare ad indagare.
Una traccia, un indizio non considerato, qualcosa DEVE esserci, perché nessuno può cavarsela dopo aver fatto così tanto male a così tante persone…nessuno. Nessuno.

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