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Nuvole d'arte Dylan Dog Dormire, forse sognare: morire, dormire... sognare forse... forse

09/03/2018

Nell’aula di un tribunale da qualche parte nel mondo una giuria emette il verdetto nei confronti di Adam Grant. L’imputato è colpevole, la condanna consiste nella pena di morte. Alla notizia nasconde il volto tra le mani per alcuni secondi, poi scoppia a ridere. “Non potete giustiziarmi anche stanotte” urla al Giudice mentre le guardie lo trattengono. Più tardi, al detenuto della cella di fronte racconta il modo in cui si svolgerà l’esecuzione, il numero di passi che lo separano dalla sedia elettrica, il colore delle pareti nella stanza della morte, tutto in modo talmente perfetto che sembra quasi, nota l’altro, fosse già stato giustiziato altre volte.
Nel frattempo a casa del Procuratore Ritchie arriva il cronista Paul Carson che si dimostra terrorizzato all’idea che la storia raccontatagli da Grant possa essere vera e nota la stessa preoccupazione anche nell’amico e nella moglie. Ritchie è un uomo di forte morale e saldamente ancorato ai concetti della scienza e del reale, la versione del condannato gli appare priva di qualsiasi fondamento logico eppure dietro l’apparenza scettica non riesce a non pensarci. In sede di interrogatorio e per tutto il processo Adam Grant ha affermato convintamente che tutto quanto gli stava capitando non era altro che un sogno ricorrente, niente di ciò che aveva intorno era reale compresi gli uomini che avrebbero emesso la sentenza di colpevolezza. Il sogno terminava ogni notte con lui che si svegliava appena veniva azionata la leva della corrente. Stando a questa versione l’esecuzione che sarebbe avvenuta entro poche ore, a mezzanotte in punto, per Grant avrebbe significato solo la fine di un incubo e il ritorno al mondo reale, un balzo in mezzo al letto sudato e in affanno, mentre per Ritchie, Carson e tutti gli altri avrebbe voluto dire sparire come fantasmi, l’oblio, il nulla.
Girato nel 1960 "il teatro delle ombre", episodio 26 della serie capolavoro “Ai Confini della Realtà”, seconda stagione, è una pietra miliare del racconto di fantascienza, 23 minuti dai quali la macchina da presa non ha più smesso di indagare i misteri dell’inconscio e del mondo onirico.
Scomparsa il 5 settembre del 1922 a San Jose Sarah Pardee Winchester lascia ai familiari una ricchissima azienda produttrice di armi da fuoco ancora oggi leggendaria e una enorme dimora che alla morte della padrona contava 160 stanze. Per 38 anni, fino a che è rimasta in vita, Sarah ha continuato senza interruzioni a progettare e far costruire nuove camere, piani e corridoi trasformando la propria abitazione in un labirinto al punto che gli stessi domestici, quei pochi che avevano il coraggio di prestarvi servizio, avevano bisogno di una mappa per spostarsi da una parte all’altra. Il motivo dei continui lavori risiedeva nella convinzione della signora Winchester di essere in contatto attraverso i sogni con gli spiriti dei defunti uccisi dai fucili prodotti dalla sua fabbrica. Molte stanze venivano sprangate con assi di legno appena terminate, in modo da intrappolarvi all’interno le anime tormentate. La storia della Vedova Winchester e della “Winchester House”, oggi il luogo più visitato al mondo da Spiritisti e appassionati di Occulto sono protagonisti dell’omonimo film di Michael e Peter Spiering, interpretato da una grande Helen Mirren nel ruolo di protagonista.
Nessuno, dei tanti dottori a cui si sono rivolti, ha saputo spiegare a Dave e Sarah Farrington perché il figlio Timmy dorme da anni senza riuscire a svegliarsi. Robusto e sano, all’età di sei anni il bambino aveva cominciato ad addormentarsi spesso a scuola la mattina, poi più volte nell’arco della giornata; le visite a cui era stato sottoposto avevano portato a tante ipotesi ma nessuna certezza fino al giorno in cui era scivolato in quella specie di letargo. Monitorato in modo costante dai medici il corpo di Timmy ha anche smesso di svilupparsi, così quello che avrebbe dovuto essere ormai un ragazzo nel pieno dell’adolescenza era nei fatti ancora un bimbo.
Di fronte all’impotenza della Scienza e agli strani fenomeni che da qualche tempo si verificano in casa a cui ha più volte assistito anche la moglie, Dave decide di sottoporre il caso a qualcuno che studia fenomeni del genere da altre prospettive, memore di un evento a cui per tanto tempo non aveva dato peso verificatosi proprio la notte prima che il sonno incontrollato cominciasse ad impossessarsi del figlio. Era Halloween del 2002 e Timmy tornava da una festa in maschera accompagnato dal padre quando l’attenzione del bambino era stata catturata da una palazzina in ristrutturazione verso cui era corso affermando di aver udito la voce di una bambina provenire dall’impianto citofonico in realtà rotto e che gli aveva raccontato di vivere “sotto la casa”. Agli occhi di uno scettico la cosa avrebbe potuto dirsi una banale coincidenza, solo che anche Dave, anni prima, una notte, mentre portava a spasso il cane aveva parlato allo stesso citofono con una voce di bambina che gli aveva chiesto aiuto da quello che all’epoca era solo il rudere di una vecchia casa abbattuta.
Con “Dylan Dog 378 – Dormire, forse sognare” la coppia artistica formata da Gigi Simeoni ai testi e Giovanni Freghieri ai disegni imbastisce una trama dalle atmosfere inquietanti con personaggi ben costruiti, una storia che sarebbe stata tra le migliori (non esagero) in assoluto della testata se la lunghezza degli albi fosse variabile e non fissa. Purtroppo non è questo il caso e la sceneggiatura pecca nel gestire il giusto ritmo rallentando nella parte centrale e lasciando troppo poco spazio ad un finale che già molte pagine prima si era capito quale sarebbe stato.
Resta, se non altro, l’affascinante oggetto dell’indagine, quel mondo al confine con ciò che è inconscio e sconosciuto. Il titolo si rifà ai versi del famoso monologo recitato dal Amleto nell’omonima commedia di Shakespeare, a quel “forse” lasciato come in sospeso che racchiude il motivo per cui una parte della mente di Timmy ancora si aggrappa come tutti ad un’esistenza che spesso somiglia ad un mare in burrasca, e la paura nel non conoscere cosa sia attraversare la soglia della fine che è anche uno dei significati più puri, alti dell’attaccamento al vivere.

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