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Nuvole d'arte Origin: la tempesta

02/03/2018

Bambino: Miran! Miran! Viene una tormenta!
Sarah: Che cosa ha detto adesso?
Benzinaio: Che sta per arrivare una tempesta, señora.
Sarah: Lo so.
(Terminator 1984 – Scena finale)

Dissolvenza in entrata. La macchina da presa inquadra un paesaggio buio e spoglio, cumuli di ferraglia che prima avrebbero potuto essere qualsiasi cosa. Mentre la scritta dice “Los Angeles 2029 A.D.” un rumore sordo va intensificandosi e sullo schermo appare un oggetto che vola a bassa quota. La strana macchina volante inizia ad emettere raggi i cui bagliori illuminano le rovine, in mezzo alle quali si muovono altri oggetti di metallo che sparano gli stessi proiettili a cui uomini in divisa militare cercano di sfuggire. Un mezzo cingolato si fa largo tra i rottami. Il suolo è un cumulo di macerie e ossa umane sopra i quali carne e acciaio combattono una disperata battaglia il cui prezzo è la distruzione finale dell’uno o dell’altro.
Rumore in sottofondo. Puntini luminosi su uno sfondo nero, un fascio di stelle da qualche parte in mezzo all’universo nell’anno 2122. La macchina da presa scorre e a poco a poco un bagliore giallastro invade la scena, rivelandosi la sinistra aurora emanata da un ignoto corpo celeste. La musica, tre o quattro note dal suono elettronico ripetute senza sosta, si mischia col rumore. Di nuovo ad emetterlo è un circuito meccanico, una nave commerciale che galleggia nello Spazio e al cui interno tutto, come fuori, è buio e silenzio, fino a quando una stringa verde appare su uno dei tanti schermi, nella sala contenente le capsule in cui l’equipaggio è addormentato le luci si accendono e inizia la procedura di risveglio.
L’astronave Nostromo, programmata per rientrare sulla Terra con a bordo un carico di risorse minerali in realtà è a sola metà strada da casa. Il motivo per cui Mother, l’intelligenza elettronica che gestisce compiti e obiettivi, ha destato i cinque uomini e due donne dall’ipersonno è la ricezione di un segnale dal pianeta che stanno sorvolando. Nel caso si trattasse di una richiesta d’aiuto essa avrebbe la priorità anche trattandosi di una spedizione a scopo commerciale; la direttiva è scendere sul suolo e accertarsi dell’entità della sorgente, pena una salatissima sanzione anche in termini economici da scontare al rientro. L’equipaggio è praticamente costretto a preparare la procedura di atterraggio. Poche ore dopo il risveglio tre membri del Nostromo toccano la superficie di un pianeta dove, forse, nessun altro essere umano ha mai messo piede. Ammesso che esista la forma di vita che ha inviato il misterioso segnale, al momento, è sconosciuta.
Giappone, 2048. L’ex Impero del Sol levante è unito all’Eurasia da una ferrovia transcontinentale, gli equilibri mondiali sono precipitati e le frontiere abbattute. Tokyo, la capitale, è ormai un gigantesco covo abitato da criminali di ogni genere. Mentre la popolazione scivola nel panico gli uffici della AEE, potente azienda specializzata nella ricerca robotica, continua i suoi esperimenti approfittando dell’eccessivo permissivismo dovuto al doversi concentrare, da parte degli organi preposti all’ordine, per contenere la delinquenza nelle strade. A preoccupare civili e forze dell’ordine sono soprattutto i cruenti omicidi verificatisi negli ultimi tempi, delitti strani per modalità e dinamica che dividono il giudizio degli esperti. Le vittime, ritrovate in condizioni orrende, presentano segni che sembrano indicare come ad ucciderle sia stata una forza e una ferocia mai riscontrati prima. In altre parole un sadico assassino nel cuore della notte miete le sue vittime ma nessuno, tra chi gli dà la caccia, potrebbe giurare che esso sia umano.
Con “Alien” (1981) e “Terminator” (1984) Ridley Scott e James Cameron portano al Cinema il racconto per immagini del concetto di Apocalisse. Nel primo caso la fine dell’Uomo è legata al naturale stato di alternanza tra specie dominanti. La nuova razza che abiterà il pianeta dopo di noi arriva dal buio dello spazio profondo, è un parassita che si nutre degli altri esseri viventi, una regressione dalla civiltà al puro istinto di sopravvivenza. Nel secondo la minaccia arriva dalle Macchine, ribellatesi al controllo umano dopo una guerra nucleare i cui modelli più avanzati, i Terminator, nascondono sotto un’apparenza da comuni uomini e donne che usano per infiltrarsi senza essere riconosciuti negli schieramenti nemici un organismo cibernetico programmato per uccidere. Il collasso avviene stavolta a causa delle conquiste verso cui ci siamo spinti oltrepassando il punto di non ritorno.
“Origin”, il nuovo manga dello sceneggiatore e disegnatore sud coreano Mujik Park, per gli amici (almeno per i lettori) Boichi, racchiude la maggior parte dei temi cari all’autore, come il dramma del degrado umano, fisico e soprattutto psicologico, inseriti nel contesto fantascientifico della contemporanea decadenza del mondo circostante. Il futuro che il vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2011 immagina è la precipitazione del concetto di uomo spogliato dei suoi valori, un apocalittico affresco dantesco in cui il robot che dà il titolo all’opera, per definizione incapace di provare emozioni e sentimenti, diventa l’opaco riflesso almeno di ciò che significavano un tempo.
A pochi mesi dal debutto avvenuto lo scorso Novembre (viene pubblicato in Giappone dal 2016) con l’etichetta Planet Manga, “Origin” si dimostra un prodotto interessante che da una parte recupera i toni e le suggestioni del tramonto della razza umana e dall’altra apre a nuovi orizzonti nella rilettura della figura immaginifica del Cyborg e dell’intelligenza artificiale.
Ancora una volta, però, non possiamo non accorgerci con una certa inquietudine come la leva che in futuro determinerà la catastrofe è stata tirata molto tempo prima. Di nuovo, torniamo all’intro del film di Cameron, i 50 secondi più potenti, a mio parere, della storia del Cinema di Fantascienza. “Le macchine emersero dalle ceneri dell’incendio nucleare, la loro guerra per sterminare il genere umano sarebbe durata anni”, dice la voce fuori campo di un ignoto soldato, argonauta del Tempo, “eppure la battaglia finale non si sarebbe combattuta nel futuro ma qui, nel nostro presente… oggi”.

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