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Quinto potere: insensibilità morale dello showbusiness televisivo

11/12/2014

Howard Beale:”But first get up out of your chairs, open the window, stick your head out, and yell, and say it: "I'M AS MAD AS HELL, AND I'M NOT GOING TO TAKE THIS ANYMORE!"

 

Titolo: Quinto potere
Titolo originale: Network
Anno: 1976
Regista: Sidney Lumet
Sceneggiatore: Paddy Chayefsky
Genere: Drammatico, satira
Attori principali: Peter Finch (Howard Beale), Faye Dunaway (Diana Christensen), William Holden (Max Schumacher), Robert Duvall (Frank Hackett), Ned Beatty (Arthur Jensen).


Se ve lo siete chiesti non è il sequel di “Quarto potere” di Orson Welles, anche perché il suo titolo originale è “Network”. Quarto potere prende in esame il cittadino Kane, come suggerisce il titolo “Citizen Kane”, e il suo impero della stampa, e racconta fondamentalmente della sua vita. Questo di cui voglio parlarvi tratta dello showbusiness televisivo: il quinto potere. Il film è vincitore di quattro premi Oscar e quattro Golden Globe, per l’interpretazione, la sceneggiatura e la regia, tutti meritatissimi.
Il nostro protagonista, Howard Beale (Peter Finch), dopo molti anni che conduce un programma per conto della UBS, inizia ad riscuotere pochi ascolti e ai piani alti, in particolare uno dei padroni della rete televisiva Frank Hackett (Robert Duvall), decidono di licenziarlo.
Di tutta risposta Howard che per l’ultima volta presenta il suo programma, senza preavviso decide di rivelare ai suoi spettatori che tra una settimana da quel giorno si suiciderà in diretta.
Diana Christensen (Faye Dunaway), la responsabile della UBS, comprende che un comportamento del genere può vendere bene e interessare al pubblico. Sfrutta l’occasione e, dopo che il nuovo rimpiazzo di Howard rimane il posto a quest’ultimo, lascia Howard al suo lavoro facendolo diventare “il pazzo profeta dell’etere”. Il protagonista conduce così un programma fondamentalmente di protesta verso qualunque cosa, dove incita la gente ad arrabbiarsi e ad urlare assieme a lui “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. Gli ascolti sono alle stelle, il pubblico è in delirio e apprezza questo spirito rivoluzionario del conduttore.
La parola “Network” vuole indicarci non solo l’emittente televisiva, ma amche l’ubiquità del medium, capacità che possedeva già la radio prima di esso. La rete (oggi siamo portati a pensare solo ad Internet) della televisione unisce lo studio e il pubblico in ogni parte della nazione, o in varie nazioni, in una completa condivisione ed ha un rapporto diretto tra emittente e ricevente. In questo processo mediatico, i telespettatori partecipano attivamente al programma di Howard, emozionati, eccitati all’idea e mossi dall’interno da un senso di rivincita, di condanna, di rivoluzione verso qualsiasi tipo di sistema imperante. Così, mimetizzandosi appieno nel conduttore, come lui tirano fuori la testa dalle finestre, escono fuori dai balconi di casa ed urlano, sbraitano di essere incazzati e che tutto questo non lo accetteranno più. Ognuno con i suoi motivi personali, ognuno mosso dall’entusiasmo dello spettacolo televisivo, tutti uniti contro qualsiasi cosa li opprima.
Fino a questo punto del film siamo ancora nella sfera della positività. Ma, come ogni film drammatico, ha la sua negatività profonda. Come nell’articolo di Chicago, tratto quasi lo stesso tema: lo sciacallaggio d’informazione. Qui è leggermente differente. Viene esaltata l’ossessione di vendere anche a discapito degli altri, dove Diana, la responsabile della UBS, sfrutta situazioni e persone a questo scopo. Personaggio molto negativo, rappresenta il fanatismo della vendita, di fare carriera a tutti i costi, a discapito della reputazione e della vita altrui. Se in lei vediamo una faccia non molto felice dello showbusiness televisivo, con il personaggio di Arthur Jensen (Ned Beatty), ne notiamo una ancora meno bella. Approfittando ancora una volta del protagonista, gli fa cambiare contenuto dei suoi programmi da “l’andare contro il sistema” al “sottomettersi al sistema”. Dopo questa scelta, nonostante gli ascolti calino, loro continuano imperterriti a far andare avanti Howard nella conduzione, tanto avranno un’altra trovata per farli rialzare. Il finale del film è scioccante di cui però non dico nulla.
Il film svela così le due facce del quinto potere, quella positiva e quella negativa. Un potere di condivisione sociale, ma anche di un potere di controllo sulle preferenze del pubblico del medium, al punto di compiere scelte drastiche nella cornice di una completa insensibilità morale e nei confronti dell’umanità. Ovviamente questa esagerazione parodistica nei confronti della televisione non corrisponde totalmente a realtà. Il processo di fruizione è molto più complesso, soggetto ai gusti di ogni singola persona, non ordinato in base ad un ordine gerarchico, molto più elastico ed ampio. Network offre però uno spunto di riflessione su alcuni lati, sia dell’emittente che del ricevente mediatico, che possono risultare alquanto immorali ed egoisti, attraverso una visione cinica della realtà.

Antonio Carmando - ExtraTime - - Vai alla Home

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