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Nuvole d'arte Peanuts: la filosofia di Snoopy & Co.

20/11/2015

Il 13 Febbraio 2000 è un giorno triste. Aprendo i principali quotidiani mondiali i lettori scoprirono che, dopo cinquant’anni, quella sarebbe stata l’ultima volta in cui, sfogliando tra una pagina e l’altra, avrebbero posato gli occhi sulla striscia quotidiana dei “Peanuts”.
Il giorno prima Charles Schulz, il papà di Charlie Brown, Linus e Snoopy è morto. Pochi mesi prima aveva preso la decisione di ritirarsi a causa della malattia che non gli consentiva più di andare avanti con la pubblicazione giornaliera.
Era il 1947 quando sul “Saint Paul Pioneers”, piccolo giornale locale di Minneapolis, comparve “Li’l Folks” che in italiano potremmo tradurre con “Personcine”, una striscia domenicale che nei tre anni successivi si farà apprezzare dal pubblico e notare ai cosiddetti piani alti. La United Feature Syndacate, soprattutto, si dimostra molto interessata al lavoro di Schultz che nel frattempo stava apportando notevoli modifiche alla striscia introducendo nuovi personaggi e caratteri.
Il nuovo lavoro debutta su sette quotidiani statunitensi, tra cui il Washington Post, il 2 Ottobre del 1950 col titolo “Peanuts”, “Noccioline” letteralmente ma anche “Piccolezze, cose di poco conto”. Questo fu imposto all’autore che non ne era nemmeno un po’ entusiasta, come egli stesso affermerà più di una volta in seguito.
In poco tempo il fumetto diventa popolarissimo fino ad essere tradotto in 21 lingue diverse e pubblicato in ben 75 paesi, in Italia sul mensile “Linus” e sul quotidiano “Il Post”.
Peanuts racconta la vita quotidiana di un gruppo di bambini di un piccolo paese di provincia. C’è Charlie Brown, un ragazzino appassionato di baseball che in verità non è molto capace, visto che non riesce mai a vincere una partita con la squadra di cui è fondatore, ma non si arrende mai e continua a coltivare il suo sogno di diventare un grande giocatore. Ci sono Linus, il suo migliore amico, molto saggio e che si dice in contatto con una divinità tutta personale, e sua sorella Lucy che si diverte a fare scherzi, e poi Shroeder che ama suonare il pianoforte, Lucy che è innamorata di Shroeder ma si diverte a stuzzicarlo perché lui è troppo timido, ci sono Patty, Sally, gli altri bambini…e poi c’è Snoopy.
Snoopy è il cane di Charlie Brown, un bracchetto bianco con le orecchie e il naso nero. Non è in grado di farsi capire dagli umani, ma tutti i giorni, seduto sul tetto della sua cuccia in giardino, condivide i suoi pensieri attraverso una macchina da scrivere, dettandoli all’inseparabile Woodstok, un uccellino giallo e maldestro che ha paura dei lombrichi e non vola mai più alto dei fili del telefono per eccesso di prudenza.
Davanti ai loro occhi passa la vita, ma non più di quella che può entrare nel giardino di una casetta, l’amore, quello che può starci tra bambini di sei – otto anni, le speranze, i sogni, le delusioni, ma a piccole dosi, quelle di un piccolo paesino di provincia.
Eppure che bello vedere che ogni parola, ogni pensiero che esce da quel piccolo mondo ci appartiene in un modo così stretto che ogni volta Schulz sembra averci tolto le parole di bocca, dando forma a cose che ci sentiamo di aver sempre pensato senza essere riusciti a dire. E che bello sarebbe se tutti riuscissimo ad avere una visione delle cose, piccole e grandi, così chiara e libera da filtri come i suoi personaggi.
Nell’ultima vignetta della storia dei Peanuts l’autore non si congeda solo dal suo pubblico, ma soprattutto da quella che considerava la sua seconda famiglia, e da grandissimo poeta che era non lo fa di persona, ma attraverso una lettera che Snoopy batte a macchina mentre sullo sfondo Lucy ruba la pallina da baseball a Charlie Brown dopo l’ennesimo lancio di lui completamente sbagliato che l’ha centrata in testa. In quel piccolo mondo tutto continua, e continuerà, ad andare come sempre, solo Charles Schulz non ci sarà più.
Il 14 Febbraio 2000 il Times scrisse: "Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane". Invece di “lascia”, forse, dovremmo dire “ci lascia”.
Ci lascia la libertà di vedere le cose da una prospettiva libera da convenzioni sociali, la consapevolezza che l’essere “sbagliati” sarà ciò che renderà anche il più piccolo successo una conquista, e soprattutto, oggi, ci lascia la possibilità di parlare d’amore mentre tutti parlano di guerra, come se niente fosse, come una cosa da fare per l’onore quando è qualcosa che l’onore in realtà te lo toglie.
Una cosa, però, a quel grande politico vestito con quelle orribili cravatte verdi (qualcuno glielo dica), a chi invoca guerre in nome della fede quando sembra che questa roba qua abbia già fatto parecchi danni e da un po’ di secoli, come a quegli altri dalla parte opposta della barricata che sembrano quasi soddisfatti di dover piangere i cadaveri di 130 ragazzi e che da una settimana non perdono occasione di condividere il loro edotto pensiero, credo che Snoopy la direbbe. “Grazie per avercelo sottoposto” direbbe, “ci spiace che non vada incontro alle nostre attualità…se ci andrà in futuro, vuol dire che saremo nei guai”. Chiaro, e soprattutto vero, come sempre.

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