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Nuvole d'arte Capitan Tsubasa: dare tutto, sempre

05/02/2016

Più divento grande e più non riesco a fare a meno di accorgermi come certe cose siano più che semplici passioni. Prendete un sabato qualsiasi, in un mese di Febbraio più caldo del solito, una città tranquilla come Torino, molto calma, molto pulita. Gente poco abituata al rumore, al traffico.
Bene, lo stesso sabato, a 1000 km di distanza, vale a dire anche dalle mie parti, un popolo intero seguirà 22 ragazzi che sbarcheranno in Piemonte e in 90 minuti metteranno sul piatto tutte le loro speranze (e, diciamoci la verità, quelle di almeno mezza parte del paese) e proveranno a far saltare il banco.
E’ solo una partita di calcio? Certo, e chi se ne sbatte!
Lo sport è ben più di una partita, di un paio d’ore di svago, di una fonte di distrazione, altrimenti un calcio ad un pallone, un tiro a canestro, una schiacciata e un colpo di racchetta non darebbero felicità a così tante persone. Felicità, esatto, perché contrariamente a quello che quattro cretini che girano per gli stadi e sui social dicono o fanno, alcune tra le più belle storie si legano allo sport, come quelle di tanti ragazzi che sono riusciti a sfuggire alla povertà, all’infelicità, agli errori avvicinandosi ad un campetto di periferia.
Uno di questi è Tsubasa Otzora, che a chiamarlo così tanti non l’avranno riconosciuto, ma se vi dico che in Italia siamo abituati a chiamarlo Oliver “Holly” Hutton mi sembra già di sentire gli “aah” che escono dalle vostre bocche.
Tsubasa è un ragazzino che si è da poco trasferito in una nuova città, insieme alla madre che si prende da sola cura di lui perché suo padre è sempre in giro per il mondo a bordo della nave che comanda, e coltiva il sogno di diventare, un giorno, un grande calciatore e di giocare la finale della Coppa del Mondo.
Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, certo. Eppure, i propri sogni non li realizza di certo chi spreca il tempo a far la conta degli ostacoli che ha davanti, ma chi si impegna a trovare la soluzione per superarli, anche se ci vorrà tempo, impegno e soprattutto fatica.
Così, iniziando dalla squadra giovanile del quartiere, il giovane, guidato da un ex calciatore che tiene nascosta la sua identità, affronta piccole e grandi sfide che gli aprono, grazie al talento e alla sua invincibile forza di volontà, le porte della grandezza.
Sulla sua strada tanti altri ragazzi che condividono il suo sogno, come Genzo Wakabayashi (Benjiamin “Benji” Price in Italia, e visto il cognome, nonostante io studi il Giapponese, è una delle poche volte in cui appoggio in tutto e per tutto la scelta dei traduttori), portiere dell’altra e più titolata scuola del quartiere, Kojiro Hyuga (Mark Lenders), ragazzo con problemi familiari dall’apparenza burbera ma in realtà molto sensibile, Jun Misugi (Julian Ross), talentuoso giocatore che combatte contro un cuore malandato, fino alle grandi sfide con i più forti campioni prima dei club del Giappone e poi delle più premiate Nazionali.
Il manga, scritto e disegnato da Yoichi Takahachi, fece il suo debutto in Giappone nel 1981, e dal suo successo sono nati quattro sequel, ultimo dei quali uscito nel 2002 in occasione dei Mondiali disputati in Corea del Sud, che grazie a eroiche prestazioni (degli arbitri) arrivò a giocarsi addirittura la semifinale eliminando l’Italia agli Ottavi, e appunto Giappone.
Dalle nostre parti, come detto, è certamente più conosciuto il cartone animato, che ha segnato le infanzie di gran parte di ragazzi (e anche ragazze, perché il Calcio piace e parecchio anche a loro), da venticinque anni a questa parte, ma negli ultimi tempi molte sono state le iniziative editoriali per consentire agli appassionati di conoscere le avventure di “Holly e Benji” anche su carta, ultima la riedizione che Star Comics ha lanciato lo scorso anno e che sta ottenendo ottimi riscontri.
Una bellissima serie, che, pur con tutte le licenze poetiche che sono state spesso oggetto di divertenti caricature, centra benissimo quello che lega le persone nella passione per lo sport. Non è tanto la voglia di primeggiare sugli altri, quanto quella di misurarci con noi stessi, di scoprire quello che valiamo. Siamo quello che siamo, e allora l’importante non è vincere o perdere ma dare tutto quello che abbiamo, come Baggio che in una finale dei mondiali tira alto un rigore perché aveva la caviglia a pezzi ma lo tira lo stesso, come Senna, che un giro prima di morire, con una macchina che vibra più di un camion straccia tutti i record di velocità sul giro del circuito segnando un tempo che nemmeno le Formula 1 di nuova generazione riescono a concepire, come Valentino, che parte ultimo e supera più di 20 piloti, come Federer che a 35 anni scende in campo contro ragazzi che hanno dieci anni in meno e li batte, o come un signore in tuta che si siede su una panchina tra lo scetticismo generale, prende un gruppo distrutto e lo porta a giocarsi la partita della vita.
Sabato prossimo quel signore e quei ragazzi li magari vinceranno, magari perderanno, ma in ogni caso daranno tutto, e allora non dobbiamo essere preoccupati. Alla prossima settimana.

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