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Nuvole d'arte The Killing Joke: la filosofia del Joker

03/06/2016

C’è una scena che ogni tanto mi torna in mente. E’ l’intenso dialogo che si svolge tra due appartenenti alla Banda della Magliana verso la fine di “Romanzo Criminale”, mentre girano in macchina in una periferia romana fatta metà da cantieri e metà di nulla, bagnata dalla pioggia di una notte d’inverno.
E’ un’agghiacciante scambio di battute in cui uno dei due, l’ultimo dei vecchi capi rimasto in vita, mentre si prepara a compiere un nuovo omicidio per vendetta personale confessa all’altro di non avere il minimo senso di colpa per la vita che ha scelto fin da ragazzo.
E’ difficile da accettare, ma la verità è che ci sono tante persone che decidono di essere cattive, di fare il male, senza farsi il minimo scrupolo delle proprie azioni.
Uno di loro è un criminale che da anni opera a Gotham City. A volte lavora per la famiglia mafiosa dei Falcone, molto spesso da solo o con complici da lui pagati, si veste di viola e ha la faccia orrendamente sfigurata da una cicatrice che gli passa da un lato all’altro della bocca. Nessuno sa il suo nome, lo chiamano solo Joker.
Non appare un individuo attirato dal denaro, o almeno non più di quanto non lo sia qualsiasi altro essere umano; il suo obiettivo sembra essere solo quello di uccidere, torturare, vedere gli altri soffrire.
Anche a Gotham è una notte di pioggia e Joker ha rapito Jim Gordon, commissario di polizia della città, e lo tiene prigioniero in un Luna Park abbandonato in una gabbia, nudo, come un animale. Poche ore prima, come niente fosse, si presenta a casa del poliziotto e spara alla figlia, poi lo costringe a seguirlo e durante la prigionia gli fa fare delle cose…brutte cose. Quello che lo preme è dimostrare la veridicità della propria tesi: anche la persona più normale del mondo può perdere il senno dopo una giornata “andata storta”. Naturalmente il dipartimento viene allertato, la notizia diramata a tutte le squadre speciali. Tutti si preparano a intervenire e anche il “pipistrello”, Joker ne è sicuro, prima o poi entrerà in scena.
Sono passati quasi vent’anni (era il 1989 quando uscì la prima edizione e il 1990 quando arrivò in Italia allegato a Corto Maltese), eppure “The Killing Joke”, capolavoro di quel genio di Alan Moore, qui al culmine della sua inventiva, resta probabilmente il più grande affresco della storia del fumetto visto con gli occhi di un pazzo, raccontato dal punto di vista del cattivo. L’ultima edizione uscita da pochi mesi con gustosi contenuti speciali e interviste agli autori è un gioiello da non lasciarsi sfuggire.
La trama segue due archi temporali che si ricongiungono nel drammatico finale. Il primo racconta gli eventi contemporanei della prigionia di Gordon e delle sevizie cui viene sottoposto, l’altro è un lungo flashback che racconta di un uomo solo, come ce ne sono tanti in una grande città, una persona talmente insignificante che potrebbe non esistere, sarebbe lo stesso.
E’ un comico fallito che frequenta i locali dei bassifondi alla ricerca di facili guadagni, occasione che si presenta quando due tipi strani gli offrono di fare da spalla in una rapina alla fabbrica di carte da gioco.
La mattina del giorno programmato però la moglie muore in un banale incidente domestico, e il piano fallisce quando i tre vengono scoperti dalle guardie del posto che uccidono i complici del comico. Questi, nella fuga, si imbatte in un uomo vestito da pipistrello e, terrorizzato, precipita nelle vasche dell’impianto di smaltimento chimico nel tentativo di scavalcarne il fossato, rimanendo completamente deturpato dagli acidi presenti nelle acque. Una giornata storta.
Arrivato al Luna Park e liberato Gordon, il vigilante mascherato affronta Joker all’interno di una vecchia giostra per bambini e riesce a neutralizzarlo. E’ una storia di Batman, ma è soprattutto la storia del Joker, che Moore e i disegni del grande Brian Bollar tratteggiano in una atmosfera cupa e avvilente, fino alla resa dei conti tra i due e con se stessi. In un intenso quanto asciutto dialogo finale, prima che la polizia arrivi sul posto per arrestarlo, scopriamo che quanto successo qualche anno prima ha soltanto liberato quello che c’era già dentro quell’uomo solo, ma a spaventarci è quello che succede dopo.
Mentre sta per andare via, Joker trattiene il pipistrello e gli racconta una barzelletta. C’è un attimo di silenzio, poi i due scoppiano a ridere. Una risata fragorosa, quasi isterica, che ci risuona nelle orecchie anche dopo l’ultima vignetta, che mostra le loro ombre unirsi fino a renderli quasi indistinguibili, e ci fa correre un brivido nelle ossa.
Al mondo i cattivi si dividono in due categorie. I primi sono come il Joker, se ne vanno in giro a commettere le peggiori brutalità; è gente pericolosa, ma sai che sono cattivi, e che se li vedi devi correre più forte che puoi.
Poi ci sono quegli altri, che invece tengono nascosta la loro crudeltà, mettendoci sopra un tappo che esplode quando meno te lo aspetti e, fino a quel momento, non sai quanto possono essere crudeli. Questi sono i peggiori, quelli che indossano la maschera.

Dunque i Farisei chiamarono per la seconda volta l’uomo ch’era stato cieco, e gli dissero: Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore.
E l’uomo: Se egli sia un peccatore, questo non lo so…una cosa so, prima ero cieco, e ora ci vedo.
(Giovanni 9:24-26)

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