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Nuvole d'arte Fumetti ma non favole: un pò di miti e qualche leggenda

28/10/2016

Lo sapevate che Einstein andava male a scuola? Sì, o almeno la maggior parte di voi lo avrà sicuramente sentito dire almeno una volta. Peccato che si tratti di una leggenda più che di un fatto reale. Il vecchio Albert aveva problemi più con la disciplina che con le materie, e comunque è vero che fallì i test per entrare al Politecnico di Zurigo, ma dobbiamo considerare che era anche molto svantaggiato rispetto agli altri partecipanti per questioni di età e soprattutto possibilità economiche che consentivano all’epoca di avere una preparazione adeguata. Una volta diplomatosi in un’altra città Einstein non solo riuscì ad entrare al Politecnico ma si classificò addirittura quarto nel suo anno accademico. Niente male per un somaro.
Un famoso giornalista americano dell’800 scrisse che quando alla realtà si contrappone il mito, il giornalista bravo deve raccontare il mito. L’arte e la sua storia sono pieni di miti e leggende, storie romanzate che sono diventate grazie alla spinta popolare verità indiscusse per le nuove generazioni. Anche il fumetto non sfigura. Tante se ne sono dette, di storie nelle storie, su personaggi, trame e autori. E’ arrivato il tempo di aprire gli occhi cari miei. Per amore della crudele verità di seguito trovate tre miti, tra i più famosi, da sfatare.

1.Macchia Nera ha le sembianze di Walt Disney: Floyd Gottfredson diede vita al nemico più pericoloso di Topolino nel 1939 con la storia “Topolino e il mistero di Macchia Nera”. Fin dalle prime vignette il genio criminale mostra una forte somiglianza col creatore del Topo e c’è chi inizia a sostenere che lo sceneggiatore e il disegnatore Merrill De Maris abbiano voluto omaggiare il loro datore di lavoro usando i suoi tratti per costruirci il personaggio. In realtà l’acconciatura e il pizzetto sono probabilmente presi in prestito da Adolphe Menjou, famoso attore dell’epoca che lanciò una vera e propria moda negli anni ’20 ma come tanti altri decadde con l’avvento del sonoro. Suoi grandi estimatori, Gottfredson e De Maris pensarono di ricordarlo così, e forse nemmeno il vecchio attore l’ha mai saputo.

2.Batman non uccide i nemici: molti hanno storto il naso nel vedere Ben Affleck far saltare in aria, sparare a bruciapelo e infilare coltelli nel petto ai suoi nemici nei panni del Cavaliere Oscuro nell’ultimo crossover in compagnia di Superman e Wonder Woman. Questo perché il vigilante ha un codice personale che gli impone di non uccidere, a meno che non sia assolutamente necessario, i criminali per non rompere il già fragile equilibrio che lo contrappone a loro. Si tratta di una visione che prende piede nei fumetti dalla fine degli anni ’80. Per tutta l’era che possiamo considerare classica il Pipistrello levava di mezzo i delinquenti senza farsi troppi scrupoli. In una delle sue prime avventure, pensate, ne scioglie uno nell’acido. Ripensandoci, forse Affleck è un po’ troppo buono per il ruolo.

3.Kirkman ha copiato “The Walking dead” da “28 giorni dopo”: andate a chiedere a qualsiasi detrattore della saga zombie e del suo creatore perché non li sopporta e vi risponderanno immancabilmente così.
Il film di Danny Boyle racconta la storia di un ragazzo che risvegliatosi dal coma si rende conto di trovarsi in un ospedale infestato da zombie. Unitosi ad altri umani viene a sapere che la colpa di tutto è un virus che si è rapidamente sparso tra la popolazione. Non ci vuole molto a ritrovarci immediatamente la trama quasi precisa del primo numero del fumetto più famoso del decennio. L’ospedale, il risveglio dalla morte, la lotta per la sopravvivenza sono temi comuni a entrambi (e alla serie tv). Anche alcuni personaggi presentano diverse affinità. Sembrerebbe insomma che Kirkman pur differenziando nel prosieguo della serie il suo prodotto si sia almeno nei cardini ispirato al film.
Cosa manca a questa teoria? Le prove, e soprattutto le date. Il lungometraggio del regista di “Trainspotting” viene girato nel 2002 ed esce nelle sale l’anno seguente. “I giorni andati” arriva pochi mesi dopo in fumetteria.
Ora, se anche lo sceneggiatore sia stato un fulmine a buttar giù solo il primo numero senza avere uno straccio di idea su come andare avanti, sarebbe davvero difficile credere che un omone come Tony Moore, che ha lasciato la serie dopo il numero 6 perché amava disegnare tranquillo, si sia fatto convincere da un giovane sceneggiatore a disegnare un’intera storia nel tempo in cui schizzava normalmente due tavole. Coincidenze allora? Semplicemente due prodotti che narrano la stessa storia, direi io.

Sperando che queste scioccanti rughe non vi inducano a gesti estremi e che saprete ritrovare un motivo per andare avanti anche dopo averle lette, vi diamo appuntamento come sempre alla settimana prossima. Ci trovate qui, e noi sì, che siamo “mitici” davvero.

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