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Nuvole d'arte Zio Peperone Cuori nello Yukon: il mondo che verrà

26/05/2017

Alla fine del 1967, quando Sergio Leone arriva in America la sua Trilogia del Dollaro ha già fatto il giro del pianeta, riempiendo le casse dell’intero globo e diventando un fenomeno di massa. Mentre percorre le strade di Los Angeles, a bordo di auto di lusso con tanto di autista come si vede solo al cinema, diretto agli Studi Paramount quasi ad ogni angolo osserva bambini sfidarsi a duello con pistole giocattolo vestiti come Clint Eastwood, ragazzi vestiti col poncho e il cappello e perfino adulti che fumano il mezzo sigaro toscano. Qualche ora dopo, prima di accomodarsi nel lussuoso ufficio del direttore, Leone ha già capito che al punto in cui è arrivato non si può tornare indietro. Da qualche mese pensa ad un progetto sulla malavita degli anni ’30, ma come previsto i pezzi grossi di Hollywood non vogliono nemmeno sentirne parlare. Sergio Leone è lo Spaghetti Western, prima deve farne almeno un altro lì in America, poi potrà pensare ad altro.
Così il regista italiano si trova a dover mettere su un altro film con pistoleri, fuorilegge e avventurieri. Sente di aver concluso la storia dell’Uomo senza Nome con quei memorabili 20 minuti nel cimitero di Sad Hill, d’altra parte gli americani gli offrono un budget illimitato, la Monument Valley, un cast con le più grandi star del momento, insomma la possibilità di realizzare qualcosa di grande. Per riuscirci Leone uccide sé stesso, mette da parte i dollari e lascia posto ai sentimenti.
Nel 1994 la “Saga di Paperon dè Paperoni” ha già vinto numerosi premi e conquistato una grande fetta di pubblico, eppure Don Rosa continua ad esserne in parte insoddisfatto. Le dodici storie avute a disposizione per narrare la vita di Zio Paperone hanno tracciato le tappe principali dell’esistenza del papero più ricco del mondo, ma tanto resta ancora da raccontare. Questa consapevolezza lo porta a dedicare gran parte del resto della sua carriera a riempire quei vuoti con storie di appendice incastrate nei periodi sommariamente narrati nella precedente opera. Così ritroviamo il giovane Paperone imbarcato al largo delle coste di Giava in “Il capitano cowboy del Cutty Sark” o al fianco di Theodore Rosevelt tra le pagine di “L’astuto papero del varco di Culebra”, già ricco e con tanti ideali messi da parte di fronte alla sete di ricchezza.
“Cuori nello Yukon”, ambientata tra i capitoli 8 e 9 della Saga, pubblicata per la prima volta nel nostro paese su “Zio Paperone 118” e recentemente su “Tesori International 2 – La Saga continua” è forse la più bella storia di Don Rosa. Allo stesso modo non sappiamo se “C’era una volta il West” sia davvero il più bel Western di tutti i tempi, sicuramente è il più poetico. Alla fine dell’800, intorno ad una piccola concessione lasciata in eredità ad una prostituta venuta da New Orleans ruotano gli interessi di due bande rivali, quella di Frank al servizio del magnate dell’industria ferroviaria Morton e quella di Cheyenne. Tra loro e la vedova si mette uno straniero che se ne va in giro suonando un’armonica e sostiene di avere un conto da saldare proprio con Frank. Intriso di malinconia e tempi volutamente morti, il primo film americano di Sergio Leone, capostipite della “Trilogia del Tempo”, è un’imponente saluto alla fine dell’epopea del West.
Se per narrare la fine del mito della frontiera Leone sceglie l’arrivo della ferrovia per Don Rosa, che pure aveva raccontato splendidamente l’argomento nella bellissima “Il vigilante di Pizen Bluff”, il capitolo conclusivo dell’epoca della Corsa all’Oro nel Klondike inizia con l’arrivo a Dawson della Legge impersonata dal Colonnello Steele. Da quel momento le cose nella città dei cercatori inizieranno a precipitare. Vittima dell’ufficiale sarà anche Paperone che vede la sua concessione nel Fosso dell’Agonia Bianca messa in pericolo dalle azioni della Polizia, e una volta venuto a conoscenza che tra i firmatari della denuncia a suo carico c’è il nome di Doretta Doremi, la ballerina del “Bolla d’Oro”, non gli resta altra scelta che regolare i conti con quella papera che troppo spesso si è ritrovato contro da quando si trova nello Yukon.
Anche qui il protagonista è il Tempo; nella pellicola quello che resta a Jill prima dell’arrivo del treno per non costruire “Sweet Water” l’ultimo sogno di un vecchio irlandese tanto pazzo da innamorarsi di una puttana, o contro cui lotta Morton che spera la malattia non lo divori prima di aver visto le coste del Pacifico, nel fumetto quello contro cui combatte Zio Paperone per non perdere tutto quello per cui ha lottato nella vita, la disperata corsa in slitta verso Dawson, gli attimi preziosi per mettere in salvo Doretta dalle fiamme che divorano la Sala da Ballo e mezza città.
Nello struggente finale, una volta chiarita la sua posizione con gli uomini di Steele, il cercatore si prepara a lasciare Dawson. Col nuovo secolo alle porte il mondo sta cambiando, la ricchezza non passa più dalle rive del Klondike ma dalla capacità di fare affari, investire, conoscere le persone giuste. Raggiunto da un ufficiale gli viene consegnata una lettera da parte di Doretta finalmente decisa a confessare i suoi sentimenti.
Tormentato dal dubbio che tra quelle righe possa invece esserci solo disprezzo nei suoi riguardi, e forse anche deciso a non permettere a niente di ostacolare il suo obiettivo di diventare il numero uno, Paperone la lascerà cadere nella neve, lasciandosi alle spalle l’aurora boreale, Dawson, l’amore e un pezzo di vita.
Nella sequenza che chiude “C’era una volta il West” Jill, padrona della città che sta sorgendo, è l’unica ad affacciarsi con orgoglio e speranza al nuovo secolo che arriverà. Gli altri sono morti o, come l’uomo con l’armonica, preferiscono semplicemente uscire di scena con dignità. Quando il treno arriva il suo cavallo è l’unico a trottare lentamente verso il nulla.
– Diventerà una bella città - sussurra poco prima, guardando il nuovo mondo venire sul ciglio della porta. A quel punto la voce della proprietaria lo ferma. – Ci passerete un giorno o l’altro? - chiede. La macchina da presa indugia sul volto dello stanco pistolero, sulle rughe che circondano gli occhi. Lo sguardo tradisce quasi commozione, oltre quei binari non c’è una nuova avventura ad aspettarlo, quelle verso cui correva incontro l’Uomo senza Nome alla fine dei precedenti film. Una voce di donna intona nostalgiche note, l’ultimo canto ad un’epoca e a chi l’ha cavalcata.
-Un giorno…o l’altro” risponde, mentre il West tramonta sulla nuova stazione di Mc Bain e, senza avere il coraggio di voltarsi, esce dalla scena.

 

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