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Nuvole d'arte Nathan Never: specchio di una società smarrita

17/01/2015

Premetto: questa settimana lascio da parte ogni tentativo di essere obiettivo, perché sono decisamente di parte rispetto all’argomento che andiamo ad affrontare.
“Nathan Never” è, a mio parere, la migliore serie pubblicata da Bonelli, e la migliore serie in assoluto del genere fantascienza. Di più, considero la “Saga dei Tecnodroidi” (di cui torneremo presto a parlare) come uno dei capolavori immortali dell’arte, un’opera da ricordare e tramandare ai posteri.
Creato da Medda, Serra e Vigna, il personaggio fa il suo esordio nel 1991 sul Numero 1 della testata “Agente speciale Alfa”.
Città dell’Est, un futuro caotico; l’agente Never, al servizio di un agenzia privata chiamata “Alfa”, è incaricato di trovare il ricordante Eric Kleeman, in possesso di un programma che permetterebbe ai replicanti di non ubbidire più alle tre leggi della robotica e diventare, temono gli uomini, degli assassini. Ad aiutare l’agente alfa ci sarà l’androide C-09, e ben presto i due scopriranno che anche per fare del bene occorre disobbedire a leggi già scritte.
Splendidamente condito da un tocco di Asimov e un pizzico di Blade Runner, Nathan Never, oggi uno dei fumetti più venduti, vive su questa sottile linea rossa, tra il giusto e il non giusto, dove bene e male spesso si confondono.
I personaggi che animano la serie ( alcuni di loro sono diventati, nel tempo, protagonisti a loro volta, vedi Legs), buoni, cattivi e quelli che “non si sa…” si muovono su questa linea e spesso si scambiano di posto. Sbagliano, riprovano, falliscono, si sacrificano e muoiono a volte per il giusto altre per il non giusto, lasciando spesso lo spettatore a chiedersi quale sia l’uno e l’altro.
Meraviglioso, da questo punto di vista, è l’albo 278 pubblicato a Settembre 2014: “La cosa giusta”.
Protagonista, come spesso accade, è la città. La città futuristica, articolata su più livelli come l’inferno dantesco, dove in basso vivono i reietti e in cima i ricchi, dove la legge non è uguale per tutti e ogni uomo e donna è solo con se stesso.
In questa città, dove gli uomini picchiano le mogli e le tradiscono, può accadere che un killer mascherato uccida questi uomini cattivi con un martello.
In questa città, può anche accadere che un vecchio non trovi pace perché deve ripagare un debito, e che in mezzo si trovi qualcuno che ha il compito di fermare quello che, se per alcuni è un feroce assassino, per altri è un giustiziere silenzioso.
Davide Rigamonti, che prosegue un percorso intraporeso sulla testata che ci aveva già regalato un interessantissimo “çe lacrime della sirena”, è senza dubbio un autore a cui il tema sociologico e l’attualità sono cari. Le sue storie, soprattutto quelle per Nathan Never, sono spesso incentrate sullo smarrimento delle persone comuni all’interno della massa. I suoi protagonisti sono persone ai margini, gente di cui non ti accorgi passeggiando per strada, e sai che esistono solo quando li vedi su un giornale perché hanno fatto qualcosa di tremendo, o perché hanno fatto “la cosa giusta”.
Eroi che restano in disparte, come il vecchio detective in pensione che gira per le strade della metropoli sporca rimettendo insieme i pezzi di tutta una vita, che entrano per un attimo nella vita di ognuno di noi e ne escono allo stesso modo, senza far rumore.
Come nel commovente finale, quando uno scosso Nathan riannodato il filo che legava i personaggi, vittime e carnefici, e scoperto l’assassino, a una stupita Legs che chiede chi sia l’uomo che si è fatto sparare al posto suo risponde: “Voleva aiutare”.
Specchio di una società che corre sempre più verso lo smarrimentoi, bombardati dal frastuono del non utile e incapaci di accorgerci di chi ci è accanto, la scena che chiude l’albo, col protagonista che confida ad un robot, davanti ad un bicchiere in un bar frequentato da soli automi, che “gli uomini sono maledettamente complicati”, sembra avvertirci di cosa stiamo diventando.
Figure confuse tra la folla, sotto la pioggia, immersi in palazzi e manifesti pubblicitari che ci divorano, mentre ci stampiamo addosso il nostro miglior sorriso di circostanza.

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